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Siena, tra Mps e Palio

I cavalli vincenti si vedono all'arrivo

Profumo e Viola hanno realizzato una delle più grandi ricapitalizzazioni della storia recente

di Enrico Cisnetto - 29 giugno 2014

Chiuso il circo mediatico e di conseguenza archiviato lo spettacolo delle strumentalizzazioni, ora la verità è emersa in tutta la sua evidenza: il Montepaschi è una good e non una bad company. Non perché non abbia rischiato il fallimento, ma perché un’apprezzabile attività manageriale ha consentito di salvarlo. Non si spiega altrimenti il sostanziale tutto esaurito (il 99,85% per l’esattezza) dell’aumento di capitale “monstre” da 5 miliardi (una cifra di gran lunga superiore all’attuale capitalizzazione di Borsa) che consente alla banca senese sia di consolidare i propri requisiti patrimoniali, in linea con i nuovi precetti europei, sia di restituire allo Stato 3,5 dei 4,07 miliardi (compresi interessi e sovraprezzo) di Monti-bond, il finanziamento di salvataggio erogato a febbraio 2013. Ma consente anche di tappare la bocca a chi parlava, a sproposito, di “regalo alle banche”, visto che all’erario arrivano 800 milioni netti, quasi il 20% del capitale in 2 anni, senza contare gli interessi pagati fin dal 2009 per i vecchi Tremonti-bond. L’aggio è del 9% annuo, già altissimo al momento dell’emissione, è oltremodo elevato ora che i tassi sono ai minimi.

Insomma, dopo il terremoto che ha colpito Rocca Salimbeni a inizio 2012, la nuova dirigenza guidata da Profumo e Viola, con la piena collaborazione della struttura sana della banca, ha prima contratto un debito che ha evitato la nazionalizzazione ed escluso scalate ostili, e ha poi realizzato una delle più grandi ricapitalizzazioni della storia recente (visto che la già ambiziosa asticella dell’aumento di capitale degli iniziali 3 è stata poi portata ai definitivi 5 miliardi), suggellando in questo modo una serie consecutive di successi. Di cui quello meno evidente ma più importante è la messa a punto di un “difficile” piano di ristrutturazione, con la riduzione del personale di oltre duemila unità (su circa 30 mila) e la cessione di un po’ di sportelli. Su 250-280 miliardi di attivi ha poi provveduto ad abbattere l’avviamento da 4,6 miliardi a 600 milioni. Un taglio dell’87% che significa aver fatto una pulizia dei conti enorme, che consente margini di profitto futuri altrettanto importanti. E di fronte al nuovo piano industriale allineato ai budget – con la crescita del margine di interesse, l’incremento delle commissioni nette ( +10% nel primo trimestre), l’ulteriore contrazione dei costi operativi (-9,4% rispetto a marzo 2013), la riduzione del credito deteriorato, il successo di due emissioni obbligazionarie per 2 miliardi complessivi, il rimborso di 4 miliardi alla Bce – ecco che, in Italia e dall’estero, in tanti hanno bussato alla porta per poter entrare nel capitale del “nuovo” Paschi. Sapremo presto se, al di là del patto parasociale che unisce la Fondazione Mps (scesa la 2,5% ma anch’essa salvatasi dal fallimento) con Fintech e Btg Pactual, ci saranno soci rilevanti. Rimane il fatto che oggi la banca è pienamente contendibile, tanto che Moody’s ne ha alzato il rating di lungo termine.

In settimana a Siena c’è il Palio. A goderselo, sicure che il cavallo vincente si vedrà all’arrivo, non saranno solo i “fantini vincenti” Profumo e Viola, ma anche e soprattutto le altre banche impegnate a raccogliere sul mercato aumenti di capitale altrettanto decisivi – Carige, Bper, Popolare di Sondrio – e quelle che si dovranno decidere a fare altrettanto. Per tutte Mps ha fatto corsa e andatura. Felicemente. (twitter @ecisnetto)

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