ultimora
Public Policy

Autostrade e non solo

La corsia per lo sviluppo

Dal 1990 gli investimenti in grandi opere son calati del 35%. E' ora di invertire la rotta

di Enrico Cisnetto - 05 ottobre 2014

Tra fondi che mancano e preclusioni ideologiche, oggi realizzare una qualunque infrastruttura in Italia è praticamente impossibile, nonostante un gap crescente, e ormai evidente anche agli orbi, ne renderebbe necessarie un grosso numero. Per questo, di fronte ad un meccanismo normativo che sblocca i cantieri, sarebbe logico aspettarsi un plauso corale, almeno da parte di coloro che non appartengono al vasto ma pur sempre minoritario partito dell’ambientalismo khomeinista. E invece ecco spuntare come i funghi insinuazioni moralistiche su quella parte dello “Sblocca Italia” relativa alla proroga delle concessioni autostradali in cambio di investimenti, che pure garantirebbe 10 miliardi di nuovi impieghi, con la possibilità di sanare almeno alcune delle 671 opere ufficialmente censite come incompiute (tutte, non solo quelle stradali), e ridurre i disagi dell’eccesso di traffico in alcune aree del paese. Il governo dice agli attuali concessionari: io ti allungo la concessione, tu realizzi nuove opere (o completi le esistenti) che insieme concordiamo.

Ora, se è vero che c’è bisogno di completare 502 chilometri di autostrade ancora solo in programma (quasi l’8% della rete totale) e 110 chilometri mai terminati, un sano pragmatismo dovrebbe far dire “bene, è un metodo efficace, sbrighiamoci”. Invece no. E sapete chi per primo si mette di traverso? Le istituzioni. In questo caso l’Autorità dei Trasporti e l’Antitrust, che hanno attaccato le deroghe all’obbligo di gara per le concessioni autostradali in scadenza perché sarebbero, rispettivamente, un “ritorno al passato” e “delicate per la concorrenza”. Boom. E un bell’attentato alla Costituzione non vogliamo mettercelo? Costoro non capiscono che il vero ritorno al passato sarebbe fermare la spinta propulsiva impressa dal decreto, visto che per bandire nuove gare servono anni e che senza la proroga bruciamo investimenti e nuovi posti di lavoro, cosa che di questi tempi proprio non possiamo permetterci.

Inoltre, la proroga di alcune concessioni permetterebbe la realizzazione di tratti autostradali essenziali anche se non vantaggiosi economicamente, come la Valdastico Nord, che A4 Holding deve realizzare su richiesta dello Stato per collegare il Veneto e tutto l’asse adriatico direttamente al Nord Europa, sgravando in parte il peso sopportato dalla Brennero. E non ha senso sostenere che gli investimenti debbano obbligatoriamente corrispondere all’aumento della circolazione dei veicoli. Quanto speso in sicurezza dal 1970 al 2013, per esempio, non ha incrementato il traffico, ma ha ridotto le morti in autostrada del 68,5%.

Insomma, le infrastrutture sono state per decenni il motore dello sviluppo italiano e devono tornare ad esserlo. Il “boom economico” ha viaggiato sull’asfalto dell’Autostrada del Sole, di cui proprio in questi giorni si festeggia il mezzo secolo di vita – 755 chilometri costruiti in 8 anni, mentre per i 40 della Variante di valico ce ne vorranno 14 – e ancora negli anni Settanta eravamo secondi in Europa per estensione autostradale. Dal 1990, però, gli investimenti sono calati del 35% (dati Censis) e non è un caso che, da allora, la rete autostradale spagnola sia cresciuta del 171%, mentre quella italiana solo del 7%, mentre i chilometri a due corsie sono pressoché invariati dal 1980. Ecco, a far polemiche inutili si rischia di sbloccare solo il declino. (twitter @ecisnetto)

 

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario