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Europa ed investimenti

Il topolino di Junker

Il piano straordinario di investimenti è di soli 315 miliardi. Un progetto aleatorio e incerto

di Enrico Cisnetto - 30 novembre 2014

La montagna ha partorito un topolino piccolo piccolo, e pure zoppo. Dopo tanto clamore, il piano straordinario di investimenti lanciato da Jean-Claude Junker, a cui erano state attribuite doti taumaturgiche per il rilancio dell’economia europea, si è rivelato nella sua intima essenza: un ballon d’essai. Un progetto aleatorio e incerto le cui dimensioni, nella migliore delle ipotesi, sarebbero appena sufficienti per l’Italia. Infatti, il Fondo per gli investimenti strategici, con cui il lussemburghese si è aperto la strada verso il vertice della Commissione, è di 315 miliardi solo negli annunci. Nella sua ufficialità, invece, mette a disposizione 21 miliardi effettivi in tre anni, di cui, tra l’altro, 5 verrebbero dalla Bei e 16 da garanzie Ue (pari a meno di 1 miliardo per ogni Paese dell’eurozona). Bisogna compiere il classico atto di fede per credere, come sostiene la Commissione, che la somma iniziale possa essere moltiplicata per 15 con la leva finanziaria (bum!), mentre questa arriva al massimo ad un multiplo di 5 e per la stessa Bei non supera mai il 2,5. Comunque, anche nella fantasiosa ipotesi che si arrivasse a 315 miliardi in tre anni, a ben vedere, si tratterebbe pur sempre di circa l’1% del pil dell’eurozona, lo 0,33% ogni 12 mesi. Bricioline. Non certo sufficienti ad aprire il “nuovo corso” dell’economia europea annunciato da Junker al momento del suo insediamento. E quando Draghi chiede “dimensioni adeguate” per il piano, quella è la certificazione che non siamo certo di fronte alla svolta decisiva.

 

Inoltre, oltre ad essere lillipuziana, c’è anche il rischio che l’iniziativa arrivi in clamoroso ritardo: mentre l’eurozona deve rivedere le previsioni di crescita (l’Ocse dice solo +1,1% nel 2015), la disoccupazione resta alta (in Italia ha raggiunto il record negativo del 13,2%) e il tasso di inflazione continua a scendere (in modo ininterrotto da gennaio, ad eccezione di ottobre), il “pacchetto Junker” entrerà in vigore solo a 2015 inoltrato. Si aggiunga l’ulteriore tempo necessario per aprire i cantieri, che peraltro non si sa quali debbano essere, e si capisce come l’operazione sia destinata a lasciare il tempo che trova.

Al riguardo, la stessa Italia ci è cascata in pieno, presentando inizialmente 2.200 progetti per 87 miliardi, che poi il governo ha più che dimezzato (nell’importo, non nel numero dei progetti). Senza contare la spada di Damocle che pende sui cofinanziamenti nazionali: se non saranno esclusi dal calcolo del deficit, gli stati con stretti margini di bilancio – che sono quelli che più avrebbero bisogno di investimenti – li potranno erogare con molta difficoltà, bloccando i flussi di cassa, così come già avviene per i fondi europei.

 

Di fronte ad un piano tanto ballerino, l’Italia ha il dovere di sfruttare gli ultimi giorni della presidenza di turno dell’Unione quantomeno per riempire i buchi del progetto, perché i cofinanziamenti nazionali vengano esclusi dal calcolo del deficit e per far sì che nessun veto locale possa bloccare opere finanziate a livello europeo. Ma, con gli investimenti scesi in Europa del 15% dal 2007 (-430 miliardi) e del 32% in Italia (dai 64 miliardi del 2008 ai 43,7 del 2013), la soluzione definitiva è un’altra: un’integrazione politica e istituzionale senza la quale è impossibile lanciare gli eurobond, strumento essenziale per il vero “New Deal” di cui il continente ha disperato bisogno. (twitter @ecisnetto)

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario