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Il risparmio degli italiani

Il tesoro sotto lo stivale

Basta con la finanziarizzazione dell’economia. E' ora di mettere il risparmio al servizio dello sviluppo

di Enrico Cisnetto - 14 settembre 2014

C’è un tesoro sepolto sotto lo Stivale. E’ l’immenso patrimonio degli italiani, proporzionalmente il più elevato dell’Occidente e contemporaneamente il meno capace di sostenere lo sviluppo e costruire il futuro, perché utilizzato quasi esclusivamente in modo difensivo: mattone e titoli di Stato. Eppure, dopo sette anni di crisi, un quarto degli investimenti e della produzione industriale andati perduti, finanziamenti bancari in costante calo e deflazione ufficializzata da mesi, il risparmio italiano, almeno nelle sue forme organizzate, potrebbe diventare il vero petrolio del Paese e rilanciare gli investimenti, trainando la ripartenza. E, per fortuna, i primi segnali di questa consapevolezza, si vedono. Almeno sul fronte del risparmio previdenziale.

Sull’essere gli italiani un popolo di risparmiatori non c’è dubbio. Secondo Bankitalia, la nostra ricchezza netta (esclusi mutui e prestiti, pari a 900 miliardi) è di 8.640 miliardi, qualcosa come 7,8 volte il reddito disponibile. Non poco, se si considera che il Giappone si ferma a 7, la Germania a 6,3 e gli Usa a 4,8. Questo immenso patrimonio, però, è fermo. Anzi, immobilizzato, visto che per il 65% (5600 miliardi) è fatto di immobili, di cui quasi il 90% abitazioni. D’altra parte, non è un caso che l’80% delle famiglie italiane viva in case di proprietà, rispetto al 60% di media dell’eurozona (dati Bce). Senza contare i quasi 7 milioni di immobili vuoti, inutilizzati o seconde case. E poiché anche l’edilizia dal 2008 ha quasi dimezzato le sue attività, il carattere difensivo del risparmio è ancor più marcato sia nel ruolo di welfare familiare alternativo che in quello di “salvadanaio” di sicurezza visto che, a differenza di redditi e consumi, registra trend di crescita, come dimostrano i depositi bancari dei privati. Anche le attività finanziarie nette, valutabili introno a 3600 miliardi, sono gestite in arrocco: solo 380 miliardi, il 10,5% della “liquidità” totale, sono investiti in beni produttivi. E’ evidente, allora, che oltre alla produttività del lavoro, in Italia uno dei problemi nodali è rappresentato dalla produttività del capitale. Non è un caso, infatti, che l’aumento della ricchezza sia dovuto più al al risparmio che alla generazione di valore (60-40% tra il 1995 e il 2009).

Dunque ha ragione da vendere Pier Paolo Baretta, sottosegretario all’Economia, quando sostiene che se anche soltanto il 10% dei 100 miliardi del risparmio gestito dalle casse e dai fondi integrativi previdenziali fosse investito nell’economia reale, cambierebbe profondamente lo scenario economico del Paese. Per esempio, si potrebbe finalmente valorizzare il patrimonio immobiliare pubblico e “sbloccare” le tante opere incompiute. In Olanda, Canada, Australia e Regno Unito questo modello funziona egregiamente: basta copiare. Per fortuna c’è chi l’ha fatto: Arpinge, una neonata società di investimenti in infrastrutture e immobiliare costituita dalle casse di previdenza di ingegneri e architetti (Inarcassa), geometri (Cipag) e periti industriali (Eppi), aperta a collaborazioni con soggetti previdenziali e già dialogante con Bei e Cdp (l’unica componente del sistema Italia che mette il risparmio al servizio della crescita). Tutto si basa sull’inversione del paradigma pre-crisi: basta con l’eccessiva finanziarizzazione dell’economia per mettere il risparmio al  servizio dello sviluppo. (twitter @ecisnetto)

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario