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Public Policy

Il fronte tra parentesi

Fuori i soldi

L'Europa intera ha esultato per il Jobs Act, ma per la crescita vera serve ben altro

di Enrico Cisnetto - 12 ottobre 2014

La parola che va più di moda in Europa è “tra parentesi”. E sì, perché di fronte alle deroghe annunciate, senza preventivo accordo con Bruxelles, dalla Francia sul rispetto del 3% nel rapporto deficit-pil e dall’Italia sui tempi del pareggio di bilancio, qualcuno ha cominciato ad aguzzare l’ingegno per trovare un compromesso. Ed è così che si va formando un fronte trasversale in tutto il continente che sta aprendo all’idea di escludere alcuni investimenti in conto capitale dal calcolo del deficit. Mettendoli, appunto, tra parentesi. La stessa Merkel, per esempio, ha ipotizzato deroghe sulle spese di cofinanziamento nazionale ai fondi europei, strumenti su cui con le regole attuali gli Stati sono “reticenti”, tanto che solo Francia e Italia finora li hanno parzialmente utilizzati.

Si tratta di una scelta giusta: per rilanciare lo sviluppo servono investimenti, e non a caso dall’inizio della crisi la spesa pubblica totale si è ridotta di un quarto, con però la spesa corrente che è sostanzialmente rimasta invariata e quella in conto capitale che è crollata del 38%. Un trend, questo, che precede la recessione, poiché già dal 1990 in poi gli investimenti pubblici si sono ridotti del 42,6% a fronte di un aumento del 30% delle spese improduttive (al netto degli interessi sul debito). Una riduzione al lumicino degli investimenti che, oltre a denunciare una totale assenza di qualsiasi politica industriale, è il prodotto dei vincoli di bilancio imposti dalle regole europee fin dal Trattato di Maastricht. Per rispettare il limite del 3% e per non perdere consenso politico in vista delle ricorrenti scadenze elettorali, infatti, sia lo Stato centrale sia gli enti locali hanno sempre tagliato le spese in conto capitale (e i pagamenti alle imprese), mantenendo inalterate quelle correnti.

Dunque, per quanto non si possa negare che queste aperture siano positive, è indubitabile che siamo di fronte a poche gocce nel mare se nel frattempo la consistenza degli investimenti si è così asciugata. Ecco, allora, che proprio mentre si parla di riscrivere regole europee “di un’epoca in cui non c’era internet” (Renzi dixit), nell’attesa basterebbe introdurre una norma nei trattati che, senza scardinare la solidità dei bilanci e la sostenibilità dei debiti sovrani, potrebbe invertire la tendenza degli Stati a ridurre gli investimenti per rispettare i vincoli di bilancio: una “golden rule minima” che obblighi a mantenere una quota inderogabile di spesa in conto capitale in percentuale su quella complessiva, pena l’apertura di una procedura di infrazione. Quanto? Considerato che la spesa in conto capitale italiana era superiore al 20% del totale negli anni Sessanta, mentre in questo periodo è intorno all’8%, potremmo ipotizzare un valore intorno al 12-15%. Aggiungendo, inoltre, che per ogni aumento della quota (ipotizziamo ogni 2-3% in più), si potrebbe concedere una deroga progressiva (a partire dallo 0,1%) sul limite del deficit al 3% del pil.

Se Merkel, Van Rompuy, Lagarde, Schulz e Barroso hanno esultato per la fiducia ottenuta dal governo italiano sul disegno di legge delega sul lavoro come un simbolo dei tempi che cambiano, chissà cosa potrebbe succedere se Renzi – per di più da presidente del semestre – arrivasse al tavolo europeo con una proposta del genere. Allora si che sarebbe crescita. (twitter @ecisnetto)

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario