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Cari imprenditori

Rischiare e svecchiare: è il momento giusto: carpe diem

di Enrico Cisnetto - 14 marzo 2015

Cari imprenditori, mai come in questo momento c’è bisogno di voi, dei vostri investimenti, della vostra voglia di rischiare. Non fatevi ingannare dalle fascinose narrazioni sulla ripresa che ci sono in giro, non sopravvalutate il ritorno al segno +: il fuoco della speranza acceso in questo inizio d’anno rischia di rivelarsi fatuo, se non parte un massiccio piano di investimenti, privati e pubblici. La ripresa, da sola, non arriva. Come dimostra la produzione industriale, che a gennaio è calata sia su base mensile (-0,7%) che annuale (-2,2%). Sì, è vero, non si era mai vista, neppure prima della Grande Crisi, una congiuntura così favorevole da offrire contemporaneamente tassi bassi, cambio favorevole, energia a buon mercato, leva monetaria azionata verso l’espansione e banche strapiene di liquidità. Persino Keynes avrebbe poco da aggiungere. Eppure, i segnali di ripresa – che pure ci sono, anche se timidi – non appaiono neppure lontanamente paragonabili all’intensità dei macroeconomics, così potente da favorire potenzialmente una crescita più che tumultuosa. Invece possiamo prevedere solo un deprimente “zero virgola”, e neppure per merito nostro.

Lo so, per investire occorre avere fiducia. Nel presente e, soprattutto, nel futuro. E non è facile avercela. Occorrerebbe percepire stabilità e senso di marcia, e non si avvertono. La politica ha trovato un leader ma non ancora un assetto, né tantomeno ne ha dato uno alle istituzioni. Il capitalismo ha capito, seppur con colpevole ritardo, che senza internazionalizzarsi non si campa, ma in troppi stentano ancora a prendere il volo. La società è stanca, ripiegata su se stessa, e fatica a produrre anticorpi. Ma è anche vero che gli imprenditori, quelli veri, sono precursori, amano il rischio e sanno mettersi in gioco. E allora, quale miglior occasione di quest’irripetibile congiuntura per affrontare finalmente le sfide del nuovo millennio. Come? Abbandonando paradigmi industriali ormai vetusti, per investire sulle nuove tecnologie e sulle produzioni ad alto valore aggiunto, adattando i livelli di competitività e innovazione ai ritmi globalizzati. Se anche i tassi di investimento delle nostre imprese manifatturiere sono più alti di quelli dei nostri competitor, dall’inizio della crisi sono però scesi del 31,6%, mentre in Germania, per esempio, hanno guadagnato l’8,8%. Inoltre, abbiamo la stessa quota di imprese innovatrici sul totale di Francia e Regno Unito, mentre i tedeschi ci superano 63% a 46%.

Naturalmente, il coraggio dei singoli imprenditori sarebbe condizione necessaria ma non sufficiente. Serve quello che Giorgio La Malfa ha definito un patto tra governo e mondo imprenditoriale. Da una parte l’esecutivo riduce l’eccessiva pressione fiscale sulle aziende, dall’altra si mette sul tavolo un piano di investimenti produttivi straordinario. Non ci sono i soldi per tagliare le tasse? Ma anche Bruxelles ha osservato che ora il problema dell’Italia è il debito, non il deficit. Perché, allora, non barattare la possibilità di sforare il vincolo del 3% in cambio di un taglio una tantum del debito, utilizzando il patrimonio pubblico?

E’ necessario che il nostro apparato produttivo, supportato dalle istituzioni e dalla politica industriale, getti il cuore oltre l’ostacolo. Le nostre imprese sono per lo più vecchie, sotto tutti i punti di vista. E’ il momento di svecchiarle. Ora o mai più. Carpe diem.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario