ultimora
Public Policy

La relazione del Presidente Abi

Bravo Patuelli

Un intervento coraggioso che delinea il loro ruolo delle banche  nel nostro sistema economico

di Enrico Cisnetto - 11 luglio 2014

Non dico parlare bene delle banche, ma anche solo evitare di parlarne male, è considerato oggi, in Italia, peccato mortale. Ciononostante, assumo il rischio, e batto le mani con sincera convinzione alla relazione che Antonio Patuelli ha svolto ieri all’annuale assemblea Abi. Un intervento di grande caratura politica e ricco di riferimenti storici e suggestioni culturali – finalmente, vivaddio, che siamo stufi delle lezioncine tecniche – che ha il merito di aver inquadrato il tema della difesa degli interessi delle banche (l’Abi è il loro sindacato, ci mancherebbe che non lo facesse) e più in generale del loro ruolo nel sistema economico, non in termini chiusi e corporativi, ma di analisi intellettualmente rigorosa e coraggiosa, e per questo fuori dagli schemi preconfezionati. Patuelli ha parlato di una crisi nata e cresciuta dentro il capitalismo, il quale, dopo aver vinto la sua battaglia storica contro le ideologie “anti”, ha coltivato un’insana tendenza all’egoismo e all’imprudenza, dimentico delle buone regole dell’etica pubblica, fino a divenire un pericoloso e avido “anarco-capitalismo”. E ha parlato della declinazione italiana della crisi, come dell’esplosione deflagrante di una “democrazia malata” i cui mali affondano le radici nelle pluridecennali contraddizioni di un “non modello” di “non governo”.

Ora, ascoltare il numero uno dei banchieri usare questo linguaggio – erano anni che non sentivo usare il termine “capitalismo” – e fare queste valutazioni fa una certa impressione. Ma questo ha consentito a Patuelli – non a caso uomo risorgimentale e di Prima Repubblica – di infilzare con grande efficacia la punta acuminata della sua dialettica nel ventre molle di quel peronismo da frustrazione e di quei neo-nazionalismi da fuga dalla modernità che in questi anni di crisi hanno costituito la marea montante dei populismi di ogni specie. Perché la “grande crisi”, quella epocale, non è la crisi “del” capitalismo e della globalizzazione, ma di “quel” capitalismo e di quella esaltazione turbo-liberista dei mercati globali che ha fatto gettare la maschera al mercatismo di stampo anglosassone. Le cui conseguenze, paradossalmente, le stanno pagando più di ogni altro – anche e prima di tutto per colpe loro, sia chiaro – quelle economie che durante gli anni della crescita senza limiti venivano definite arretrate perché non sufficientemente finanziarizzate. E, nello specifico, le pagano le banche di quei paesi, Italia in testa, dove più è montata la rabbia sociale e il disprezzo per il ruolo degli intermediari finanziari. Con mistificazioni che rischiano di buttar via il bambino con l’acqua sporca. Quando Renzi dice che l’Europa deve essere dei popoli e non delle banche, usa una frase fatta destinata solo a confondere le idee e generare equivoci, perché per essere dei popoli, l’Europa ha da essere necessariamente anche delle banche. Quando si dice che la ripresa in Italia non c’è perché le banche usano i soldi per comprare titoli di Stato e speculare sui mercati, anziché darli a imprese e famiglie, si distorce la realtà, visto che i prestiti bancari sono aumentati (da 1.555 miliardi dell’agosto 2008 a 1711 miliardi di aprile scorso), visto che i crediti deteriorati sono arrivati a 290 miliardi e le sofferenze hanno raggiunto il 10% degli impieghi, e che questi ultimi continuano ad essere superiori alla raccolta, visto che la domanda di credito ristagna, come dimostra la caduta verticale degli investimenti produttivi, e comunque si orienta molto più sulle ristrutturazioni che sulle nuove iniziative. E visto che, infine, negli ultimi tre esercizi la redditività media dei primi 40 gruppi bancari nazionali è stata negativa e ben peggiore della media Ue.

Insomma, il quadro è diverso dalle chiacchiere da bar che animano i talk-show di grana grossa di cui sono affollati i palinsesti televisivi. In fondo le banche italiane, al contrario di quelle di molti altri paesi, non sono fallite né sono state nazionalizzate. Inoltre hanno attinto le risorse necessarie allo loro ri-patrimonializzazione sui mercati (vedi il successo, su cui ben pochi avevano scommesso, degli aumenti di capitale, specie di quelle banche, come Mps e Carige, che vengono dallo tsunami degli scandali) e quando sono state finanziate dallo Stato (Tremonti e Monti bonds) ciò è avvenuto a tassi da strozzini. Senza contare che le si è munte fiscalmente come mucche anche quando erano chiaramente prive di latte.

Prevengo l’obiezione: ma gli scandali che hanno riempito le cronache sono reali. Vero, fermo restante il dovuto garantismo. Non c’è dubbio che ci sia stata una caduta di quell’intransigenza morale e austerità di comportamenti che lo stesso Patuelli invoca come la base della “difficile arte del banchiere”. Ma questo non autorizza non solo a fare di tutta l’erba un fascio, ma soprattutto a pensare che delle banche si possa fare a meno. Lasciar correre questa preconcetta diffidenza, o peggio assecondarla, significa far ingrossare il fiume di populismo che, per esempio, nega l’opportunità dell’Europa e della moneta unica solo perché esse funzionano male, o che offre alla domanda di nuova moralità la risposta falsa e sbagliata del giustizialismo e del cesarismo. Bravo, Patuelli.

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario