ultimora
Public Policy

Dopo il fallimento della Mens Sana

Siena, la banca e il basket. La fine di un'era

Il “sistema” è crollato. Dopo 7 scudetti è arrivato il crack finanziario. Ora la banca sta tornando a fare la banca, e la città deve costruirsi una nuova vita, senza basket

di Marco Dipaola - 10 luglio 2014

C’è lo sport, il danaro e la legge. C’è una città, delle contrade e la sentenza di un tribunale. C’è un sistema, anzi c’era. Perché da oggi il basket a Siena non esiste più.

Paradossale, per non dire inspiegabile. È ufficiale il fallimento di una squadra che negli ultimi otto anni ha vinto sette scudetti di fila più un’avvincente finale persa. Ma come può sgretolarsi così un’eccellenza sportiva italiana, fucina di talenti in campo e in panchina? La Mens Sana Siena per molti era un modello, invece si è rivelato un “sistema”, con tante ombre.

I guai per la pallacanestro senese cominciano nel dicembre 2012, in piena epopea trionfalistica, quando ai sei titoli consecutivi già conquistati si stava per aggiungere un altro, l’ultimo. L’allora presidente Fernando Minucci viene raggiunto da un avviso di garanzia nell’ambito dell’operazione “Time out”. Dimissioni, l’inchiesta avanza e tutto crolla. Pagamenti in nero ai giocatori, su conti esteri, anche attraverso società collegate al club. Le sole contestazioni fiscali riguardano 27 milioni di imponibile sottratto al fisco, 15 milioni di Iva, quasi 3 milioni di ritenute previdenziali non versate e 18 milioni di redditi non dichiarati. E giù con le accuse di associazione a delinquere (ma non era sportiva?) finalizzata alla frode fiscale. Tutto culmina con l’arresto nel maggio scorso di Minucci, il gran capo del basket italiano in manette. E come se dopo i trionfi di Sacchi e Capello avessero arrestato il Presidente del Milan. Ops, terreno scivoloso. Meglio tornare nei dintorni di Piazza del Campo.

Tutto crolla, dicevamo, si vince nel PalaEstra e si perde nelle aule di tribunale. Nel febbraio 2014 il cda della società non approva il bilancio in perdita di 5,4 milioni di euro e la Mens Sana viene messa in liquidazione. Nel frattempo il Montepaschi, lo sponsor, ha già annunciato tramite i suoi nuovi vertici Viola e Profumo che il contratto di sponsorizzazione non sarebbe stato rinnovato dopo la scadenza di quest’anno. Ma la banca in realtà era molto più di un semplice sponsor. In effetti, a Siena, la città e la sua banca sono da sempre un tutt’uno, legate a doppio filo, dipendenti l’una dall’altra. Nel 2000 Montepaschi firma con il club un contratto di sponsorizzazione di 14 anni che da avvio ad un’epopea gloriosa. La Mens Sana, che fino ad allora era una squadra normalissima, da zeru tituli in palmares, diventa una corazzata, grazie ai 100 milioni di euro investiti tra il 2006 e il 2013 dalla banca, diventando leader indiscussa in Italia e top club europeo.

Poi tutto finisce, Montepaschi rischia un crack finanziario devastante. I vecchi vertici, Mussari in primis, vengono azzerati da inchieste e manette. Alessandro Profumo e Fabrizio Viola subentrano al timone e realizzano una delle più grandi ricapitalizzazioni della storia recente, tagliando tutti i rami secchi, canestro compreso.

Un nuovo sponsor? Neanche l’ombra, e mentre sul campo i ragazzi di Marco Crespi lottavano tra rimbalzi e triple, fino alla finale scudetto persa in gara 7 contro Milano, nelle stanze di Rocca Salimbeni si decretava, di fatto, la fine di un’era.

“Mi assumo le responsabilità per essermi adeguato ad un sistema che nel mondo dello sport professionistico è ben conosciuto, noto all’interno della Mens Sana Basket – ha dichiarato l’ex Presidente Minucci – se ho sbagliato mi assumerò le mie responsabilità”.

Saranno le sentenze a dirlo. Intanto però il “sistema” è definitivamente crollato. La banca sta ritornando a fare la banca, e la città deve costruirsi una nuova vita, senza basket.

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario