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La vedova di Emilio Riva a Roma InConTra

Milano peggio di Taranto

Hai mai pensato di far crescere i tuoi figli a Taranto? “Ho pensato fosse peggio farli crescere a Milano, all’altezza dei tubi di scappamento, e infatti li ho portati via, in Svizzera"

di Marco Dipaola - 01 aprile 2015

Dove far crescere i miei figli? Milano peggio di Taranto. Parole curiose, da analizzare in profondità, se solo ne ignorassimo l’autore.

Ognuno di noi, in fondo, assegna valore a priorità diverse. E allora tra Milano e Taranto le differenze sono molte e i punti di vista sono tutti interpretabili. La disparità eclatante nella possibilità di trovare lavoro, per esempio, potrebbe esser pareggiata dal mare, dal clima o dal cibo ionico. E poi l’enorme differenza del costo della vita, il dilemma tra metropoli e città di provincia, e tanto altro. Il dubbio, insomma, può starci, e il ragionamento pure, ma se si svela il nome dell’autrice, tutto crolla, fino a diventare beffa.

A pronunciare quelle parole, durante Roma InConTra, la trasmissione tv di Enrico Cisnetto, è stata Giovanna du Lac Capet, vedova di Emilio Riva, il re dell’acciaio italiano e proprietario dell’Ilva di Taranto. Tutto cambia, allora, e ogni punto di vista, ogni interpretazione, lascia spazio all’evidenza dell’assurdo.

La domanda era formulata in modo chiaro, non poteva lasciare spazio ad equivoci: “hai mai pensato di far crescere i tuoi figli a Taranto? E nello specifico nel quartiere Tamburi (il più vicino allo stabilimento siderurgico)?”. Risposta altrettanto netta: “ho pensato fosse peggio farli crescere a Milano, all’altezza dei tubi di scappamento, e infatti li ho portati via, in Svizzera”.

Impeccabile direi: meglio la Svizzera, come darle torto. Non ci vogliono mica le nobili origini capetinge di Lady Ilva per rendersi conto che la qualità di vita nei cantoni elvetici sia superiore al caos metropolitano meneghino. Ma la questione è un’altra. E sta nella risposta sprezzante, nella mancata valutazione dell’inopportunità di un simile confronto. Fuori dai denti: per la crescita dei propri figli si potrebbe mai preferire una città la cui mortalità infantile (0-14 anni) è maggiore del 21% rispetto alla media regionale, e dove si registra un aumento delle malattie tumorali del +54% rispetto alla media (dati dell’Istituto Superiore di Sanità)? I dati dicono che a Taranto, e in particolare nei quartieri limitrofi allo stabilimento, come appunto il rione Tamburi, si muore di più, perché l’aria è avvelenata da polveri minerarie, le stesse che si appiccicano ai muri delle case, si posano sulle strade e sui panni stesi, colorando tutto di quel rosso, un po’ arancio e un po’ porpora, che non esiste in nessun altra parte al mondo: il rosso Ilva.

Chiunque abbia mai attraversato quelle strade almeno una volta quel colore lo conosce bene, e non potrebbe far altro che prendere atto dell’evidente. Ma, d’altronde, sarebbe forse sbagliato pretendere tale consapevolezza dalla signora Riva, che, vivendo a Montecarlo da anni, forse non ha mai avuto la “possibilità” di approfondire la vicenda.

Quella dell’Ilva è una questione complessa, un vortice che aggroviglia una città intera, spaccata tra la necessità di lavorare e quella di respirare un’aria più pulita. Non è questo il luogo delle sentenze, a quelle ci pensa e ci penserà la magistratura. Ma ad esser giudicate, quelle sì, possono essere le forzature, figlie di un chilometrico distacco della realtà.

Un tarantino può soffrire e protestare, può fuggire lontano o continuare a lavorare lì, perché altra possibilità di portare il pane a casa non c’è. Può abituarsi al fatto che tutto sia normale, o ribellarsi alla sua abitudine. Ma tale conflitto interiore merita almeno di non essere snobbato, specie dalla donna che per quarant’anni è stata accanto ad Emilio Riva.

Ivan Graziani in “Agnese” andava in bicicletta per sentirsi vivo, alle cinque di mattina, con la nebbia nei polmoni. Forse viaggiava per le strade di Milano. In quelle di Taranto, invece, i suoi polmoni avrebbero rischiato ben altro.

Eppure a Taranto siamo cresciuti in tanti, e tanti ne cresceranno ancora. Tutti benvenuti.

 

 

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