I BLOG DI TERZA REPUBBLICA
 
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Politicamente scorretto
Il blog di Davide Giacalone
 
Si poteva fare di più?
Attenti a non far diventare vittima chi invece è, di fatto, un carnefice
Davide Giacalone
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Diana Blefari Melazzi, la brigatista che seguì e consegnò Marco Biagi ai suoi assassini, si è suicidata in carcere. Subito partono due riflessi condizionati del pensare esausto: a. poteva essere salvata, tirandola fuori dal carcere; b. c’è un misterioso retroscena, perché stava decidendosi a collaborare. Insomma, una vittima. Invece, quella donna era un carnefice. Dal carcere, anni dopo avere ammazzato Biagi, proclamava che avrebbe voluto anche torturarlo. In carcere aggredì il personale di sorveglianza. Una cattiva, anzi, una pessima persona. E’ stata condannata all’ergastolo in primo e secondo grado. Il processo d’appello fu annullato dalla Cassazione, che lo rinviò per un nuovo giudizio. E’ stata ancora condannata all’ergastolo, con il vaglio definito della Cassazione. Meritava di vivere e morire in carcere. Sono passati più di sette anni dalla sera in cui un branco di bestie senza cervello e senza onore uccise un uomo per le sue idee. Se avesse avuto voglia di collaborare (come altri hanno fatto), la signora avrebbe avuto tutto il tempo. Solo che lei lo ha occupato a ribadirsi orgogliosa per quel che aveva fatto. Meritava la massima punizione.

Non meritava, naturalmente, una morte precoce, che s’è procurata da sé. Non è stata abbandonata al suicidio, come qualcuno già sostiene, perché, al contrario, è stata soccorsa quando era ancora in vita. Troppo tardi, purtroppo, per aiutarla a sopravvivere, ma, certo, poco tempo dopo che aveva messo in atto il suo intento autodistruttivo. Si poteva fare di più? Si può sempre, fare di più, ma non si può e non si deve pensare che il terrore della pena possa spingere al non infliggerla, giacché non esistono solo cretinerie astruse, come quelle che ubriacano menti confuse, del tipo “la società” o “il sistema”. Esistono anche gli individui e le loro responsabilità. Quella donna ne aveva di enormi, e la pena cui è stata condannata era commisurata a quelle.

Il suo suicidio non deve essere messo sullo stesso piano degli altri, troppi, che si verificano in carcere. Non si può, in questo caso, parlare di sovraffollamento o altre condizioni disagevoli. Facendolo, si arreca offesa agli altri detenuti che, in condizioni assai diverse, hanno posto fine alla loro vita. No, della signora Diana Blefari Melazzi non sentiremo la mancanza.
 
» 02-11-2009
 
 
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