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Il blog di Donato Speroni
 
Ma che cos'è oggi la classe dirigente?
Seconda parte della risposta ad Antonio Gesualdi. Con la speranza di stimolare una discussione.
Donato Speroni
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Caro Antonio, ripeto per comodità le questioni finali del tuo commento:

Ma mi domando, e ti domando: visto lo scollamento tra giornali, televisione e mezzi di comunicazione in genere, con la "gente", pensi che la nostra classe dirigente sia pronta ad affrontare questi temi? (…) Siamo pronti a fare uno sforzo di consapevolezza rispetto ai temi che hai, puntualmente e con efficacia, proposto?

Provo ad abbozzare un inizio di ragionamento, solo un inizio, sperando di stimolare una discussione. Fatico, innanzitutto, a definire “la classe dirigente”. Vent’anni fa era tutto molto più chiaro. C’erano i partiti con i loro dirigenti riconosciuti dalla base. C’erano le fabbriche, con imprenditori, dirigenti e leader sindacali carismatici. C’erano, nella società e nella cultura, i cosiddetti “leader d’opinione” che influenzavano i comportamenti della “gente”. Ogni classe, ogni gruppo sociale riconosceva i suoi leader. Ed insieme, pur nella dialettica delle posizioni, c’era sostanzialmente quella che tu chiami “classe dirigente”. Battemmo il terrorismo di allora anche perché c’era questa struttura sociale sostanzialmente solida.

A me sembra che adesso non sia più così. La società è diversa, i modelli sono molteplici ed evanescenti. Il mondo dell’economia è sempre più frammentato, della politica non parliamo. Se chiediamo ai giovani, e non solo a loro, quale classe dirigente riconoscono, ti risponderanno che rifiutano il concetto stesso che possa esistere una classe dirigente identificabile e diversa dalla “gente” Se la identificano è per demonizzarla.

La crisi di credibilità è generale, con la politica sostituita dall’agitarsi di figure mediatiche. Le battute da avanspettacolo hanno preso il posto del dialogo politico, le conversazioni carpite in un caffè valgono più di un ragionamento. Questo modo di fare politica può divertire, ma interessa sempre meno la “gente” quando vuole parlare di cose serie.

La tecnologia ha fatto e farà la sua parte. Anche per ragioni linguistiche (l’innovazione si sviluppa in inglese, il vero esperanto di questo secolo), cominciamo appena ad avere sentore della grande rivoluzione dei blog, del giornalismo dal basso, alla quale persino la bibbia dei capitalisti, Business Week, ha dedicato una copertina recente considerando gli effetti che può avere sui mercati e persino nelle relazioni interne alle aziende.

Non facciamoci ingannare dalle difficoltà iniziali della “cultura della rete” che è piena di stupidaggini. La facilità di poter comunicare on line senza bisogno di intermediari crea oggi una grandissima confusione, un fortissimo rumore di fondo, ma certamente prepara l’avvento di meccanismi decisionali nuovi, restringendo fortemente la disponibilità a delegare. Se un cittadino medio si considera adeguatamente informato e ha gli strumenti per dire la sua tutte le volte che vuole, perché dovrebbe ritenersi soddisfatto di una delega ai politici data una volta ogni cinque anni?

Io credo che se vogliamo evitare che in questa gran confusione ci si affidi solo a personaggi demagogici, dobbiamo prepararci a nuove forme di democrazia. La rete delle opinioni farà emergere comunque dei leader, ma in modo ben diverso dalla vecchia “classe dirigente”. Studi e sperimentazioni su queste cose sono già in corso.

E noi che dobbiamo fare? Probabilmente tutto quello che stiamo già facendo va bene. Però dobbiamo anche dedicare una grande attenzione alle nuove tendenze: non alle mode effimere, ma ai nuovi modi di comunicare. Ai giovani che non vanno mitizzati perché spesso dicono un sacco di banalità, ma che sono una cartina al tornasole del cambiamento, dato che lo colgono molto prima di noi . Alle donne che (perdonami la generalizzazione) quando fanno politica, soprattutto nelle istituzioni locali, hanno spesso la capacità istintiva di capire i veri bisogni della “gente”. Ai gruppi che lavorano nella società civile, che si tratti di volontariato sociale, di iniziative culturali o di bocciofile, che creano comunque un nuovo tessuto sociale molto più vivo dei partiti che talvolta rimpiangiamo.

Siamo consapevoli di questa rivoluzione, ammesso che le mie sensazioni siano corrette? Siamo pronti? Francamente non lo so. Però sento che questa è la direzione obbligata di un impegno politico che vuole costruire una società aperta, legando insieme le tante realtà che già esistono sul territorio.

 
» 17-07-2005
 
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