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Declassamento dell'Italia
Il giudizio di Moody's e il nodo del debito
C’è in giro la paura che quelle del 2013 siano “elezioni greche” e che la prossima sia una legislatura al buio? Bene, Monti e i suoi ministri si assumano la responsabilità di prendere un’iniziativa che ci impedisca quel tragico destino.
Enrico Cisnetto
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Dal “caso Lehman” in poi le agenzie di rating – fortunatamente – hanno perso credibilità, ruolo e peso. Non sarà dunque l’ennesimo downgrade che Moody’s ci hanno comminato che cambia la situazione dell’Italia, che era e resta grave. Detto questo, sia chiaro che è il giudizio di Moody’s ad essersi adeguato al livello dello spread, e non viceversa. E dunque, il vero tema per noi resta quello di un anno fa: perché i mercati pretendono alti tassi d’interesse per comprare il nostro debito sovrano? Fermo restando che a monte ci sono i difetti irrisolti dell’eurosistema, la risposta è secca: perché non hanno fiducia nella nostra volontà e capacità di rimediare ai problemi ultradecennali che ci portiamo dietro. Questo significa che l’anno scorso la crescita del differenziale Btp-Bund ha sancito la responsabilità non solo del governo Berlusconi, ma dell’intera Seconda Repubblica. Un momento di speranza, pur permanendo in sede comunitaria le mancate risposte ai problemi dell’eurosistema, era sorto a novembre scorso con l’avvento del governo Monti: il curriculum e la credibilità personale del premier, più la riforma delle pensioni fatta in un batter d’occhio senza che ci fosse una reazione oppositiva né politica né di piazza, aveva fatto scendere lo spread perché si pensava che pur nel tempo limitato che aveva davanti, il governo Monti avrebbe messo mano alle riforme strutturali sempre rinviate tanto dai governi di centro-destra quanto da quelli di centro-sinistra. Poi, però, col passare del tempo sono emerse tre cose negative. Primo: le misure successive, dalle liberalizzazioni alla spending review passando per il mercato del lavoro, sono parse timide e parziali, vittime di pratiche concertative paralizzanti e nello stesso tempo troppo congiunturali tanto da risultare in buona misura recessive. In particolare, l’errore più grave è stato l’essersi concentrati sul deficit anziché sul debito, e nell’affrontare il taglio della spesa pubblica, aver indicato come obiettivo più gli sprechi che i grandi capitoli del bilancio (sanità, decentramento) per i quali occorrono prima di tutto riforme di ammodernamento ed efficientamento. Secondo: il rialzare la testa da parte dei partiti espressione del fallito bipolarismo, i quali sono via via andati allontanandosi dallo schema politico della “grande coalizione”, accentuato dal Pd dopo le amministrative per ambizioni future di vittoria elettorale, e dal Pdl con il ritorno sulla scena (ammesso e non concesso che se ne fosse mai allontanato) di Berlusconi, Terzo: l’errore di Monti e del suo governo di non considerare indispensabile assicurare continuità alla “discontinuità” da essi stessi prodotta. Tra l’altro, finendo così per legittimare l’etichettatura di governo tecnico di transizione che gli era stata appiccicata addosso. Ma soprattutto, finendo per suscitare in chi ci osserva, siano essi i partner europei o i mercati, quei dubbi sulla capacità del paese di proseguire sulla strada del rigore e del risanamento che lo stesso Monti ha giustamente detto essere la causa degli alti spread. C’è in giro la paura che quelle del 2013 siano “elezioni greche” e che la prossima sia una legislatura al buio? Bene, Monti e i suoi ministri – se davvero vogliono salvare il Paese - si assumano la responsabilità di prendere un’iniziativa che ci impedisca quel tragico destino. Prima che sia troppo tardi.
 
» 15-07-2012
 
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