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Un dibattito senza sbocco
Cultura di destra dove sei?
Gli interrogativi senza risposta degli intellettuali (di sinistra)
Elio Di Caprio
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Può un progetto politico andare avanti senza una cultura sottostante? E cosa è la cultura oggi, in Italia e altrove, dopo che le vecchie ideologie sono state spazzate via dal vento della storia e in presenza di una vera e propria rivoluzione dei mezzi di comunicazione?

Eppure da noi ferve ancora un dibattito elitario sulla cultura odierna, se il berlusconismo sia o meno una sovrastruttura ( o meglio una sottostruttura per alcuni) culturale di destra emersa al di là dell’intenzione del suo stesso fondatore, visto che l’onda lunga di tale cultura è arrivata a contaminare persino i vecchi tic ideologici della sinistra. Tutto o molto sta cambiando in Europa e in Italia e non è un caso che l’erosione dei consensi alla sinistra tenda a favorire la Lega Nord in alcune regioni del centro Italia da anni sotto ipoteca della sinistra ex comunista.

Anche questo colpa o merito della cultura cambiata o c’è qualcos’altro? I giudizi sul corso della politica italiana si fanno sempre più impietosi, da Giorgio Bocca che ( tanto per cambiare) parla di nuovo fascismo all’italiana, a Guido Crainz, ad Aldo Schiavone, per finire ad Alberto Asor Rosa che invece arriva a sostenere che siamo andati peggio rispetto al fascismo: almeno lì c’era una cultura e un progetto politico coinvolgente.

Quanto a coloro che stanno ancora più a destra di Berlusconi - ammesso che il Cavailiere lasci spazio- è meglio non farsi illusioni. Come dice lo sconsolato Pierluigi Battista sul “Corriere della Sera” se la sinistra ha smesso di pensare la destra non ha mai cominciato… Dunque sembra che le rovine siano attorno a noi tra chi ha smesso di pensare e chi non ha mai pensato. Ma forse vale la pena di uscire dai soliti perimetri di riferimento. La verità è che chi ancora si ostina a voler pensare, a collegare i fatti alle idee, a riflettere sul presente e sulle prospettive future, si è già autocontaminato e non sa più raccapezzarsi tra destra e sinistra, è costretto a mettere in gioco le sovrastrutture di pensiero a lungo coltivate, a interrogarsi sul peso che le vecchie narrazioni possano avere per il presente e il suo racconto.

Ma poi vale veramente di raccontare (e interpretare) il presente e con quali paletti di riconoscimento, al di là delle analisi di comodo? Quelli del buon senso, o del buon gusto, o del disincanto oppure quelli ereditati dalla secolare stagione delle ideologie che almeno hanno avuto il merito di ambire ad una plausibile interpretazione del mondo circostante? Nell’epoca della comunicazione globale dove le notizie si riproducono immediatamente senza eco, senza un vero nesso tra loro, la coerenza non è di casa. Non saltano solo le ideologie ma vengono meno i convincimenti più profondi. Non si elabora più in tempi in cui prevale il messaggio epidermico che accomuna senza unire, in cui lo spot ha surclassato i vecchi slogans e manca la passione per battaglie pro o contro.

Ammesso che siamo in un deserto dove si diventa oggetto o vittima della propaganda senza volerlo, come lo si attraversa e con quale fine? La sinistra che “pensa” sembra a proposito quasi paralizzata. D’altronde che bisogno c’è di questi tempi di proclamarsi di destra o di sinistra? Nel contingente è meglio dichiararsi berlusconiani o antiberlusconiani come siamo stati costretti a fare sulla scheda elettorale.

I maggiori esponenti di questa presunta stagione del “fare” in Italia, da Tremonti, a Brunetta, a Sacconi, a Frattini, dicono di essere ( o di essere stati) di sinistra e se nessuno gli crede non devono proclamare di essere i portatori di una cultura di sinistra, nessuno glielo chiede: sono sufficienti le nuove credenziali, il contributo che possono dare al lungimirante progetto ( se progetto è) di Silvio Berlusconi. Il resto non conta. L’importante è essere giunti al potere e tenerlo: la cultura, se viene, viene dopo.

Perché allora industriarsi a fare del PDL un partito “plurale” – non ci sono riusciti neanche i dirimpettai del PD che stanno decostruendo quello che avevano appena edificato- come vorrebbero gli scalpitanti ex AN che temono che il PDL risulti alla lunga troppo fragile senza una solida cultura di riferimento?

La crisi di identità tocca pure la destra tradizionale, quella ex AN che, misconosciuta ed irrisa per decenni, si è sempre opposta caparbiamente ai sacerdoti delle ideologie di sinistra, a tutti coloro che pretendevano di rappresentare una verità rivelata e storicamente vincente. L’esempio di vita e di pensiero di anarco-conservatori del calibro di Indro Montanelli o di Giuseppe Prezzolini non serve più a dare alla vecchia destra un’immagine eccentrica ed anticonformista.

Nè bastano le uscite corsare e le ritirate tattiche degli ex AN a costruire un progetto alternativo, magari inseguendo le suggestioni dei pensatori di sinistra visto che, come dice Battista, la destra non è mai riuscita a pensare. La cultura del “fare” che il berlusconismo cerca di accreditare non ha bisogno di specifiche credenziali, può addirittura giocare con le parole, promettere e non fare, oppure fare senza dirlo, ma intanto qualcosa fa rispetto ad una sinistra immobile che si macera nei suoi contrasti interni e non è in grado neanche di proporre uno straccio di idea alternativa.

Forse varrebbe la pena riconoscere che per spiegare quanto succede in Italia non c’è bisogno di scomodare i piani alti della cultura, di sinistra o di destra che sia. Il berlusconismo che comanda e insieme suscita un’opposizione livorosa, è figlio della nostra specifica storia che ci parla di una sinistra eternamente divisa che non è stata mai all’altezza dei tempi ed ha lasciato così campo libero agli avversari che, pur di conservare il potere, non hanno trovato di meglio che ricorrere ad un Parlamento di nominati eletto su liste bloccate, come succedeva fino a ieri nelle Repubbliche popolari dei Paesi comunisti. Con l’unica differenza- questo sì- che da noi non c’è la lista unica. La cultura con ciò c’entra poco o niente.
 
» 08-02-2010
 
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