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Conti e pensioni

Errore Quota 100

La misura di Salvini sulle pensioni è sbagliata, serve allungare la vita "attiva"

di Enrico Cisnetto - 14 aprile 2019

Già alla prima sperimentazione “quota 100” ha dimostrato di essere una misura sbagliata. Non solo perché genera un impatto zero su crescita e occupazione o perché pesa sulla finanza pubblica, ma perché affronta il tema previdenziale solo in modo contingente, aggiungendo un’ulteriore modifica al già affastellato groviglio di regole in tema di pensioni. E, soprattutto, ignora lo strutturale cambiamento demografico della società italiana, la più vecchia in Europa secondo i dati più recenti, scaricando i costi dell’oggi sulle generazioni di domani. Il contrario di quanto farebbe qualunque genitore responsabile.

Nel Def approvato dal governo c’è scritto che la spesa pensionistica salirà dal 15% al 18,3% del pil in venti anni, che in materia è un tempo breve. Nonostante l’invecchiamento della popolazione, dal 2010 ad oggi le uscite previdenziali rispetto al pil sono rimaste intorno al 14,8% grazie ad una serie di riforme (Fornero, Maroni, Damiano e Sacconi) tanto necessarie quanto dolorose. Ora vanificate da “quota 100”, che ha prodotto una risalita dei pensionamenti e del loro costo. Nel 2018, infatti, dovrebbero andare in pensione 290 mila lavoratori in più (finora sono 117 mila le domande arrivate, il 14% in più del 2017) con un aggravio aggiuntivo di 8,6 miliardi quest’anno e di altri 10 sia nel 2020 che nel 2021. Una bella cifra, tanto che dal 2022, quando dovrebbe terminare (speriamo) questo “esperimento”, la spesa previdenziale avrà superato la soglia psicologica dei 300 miliardi. Tra l’altro, facendo aumentare il debito pubblico, sia direttamente sia attraverso la spesa per interessi. Tutto a danno delle future generazioni, che già oggi vedono una quota di spesa per istruzione cinque volte inferiore rispetto a quella pensionistica (3,1% contro 15%).

Insomma, si butta benzina sul fuoco di un problema incandescente visto il progressivo invecchiamento dell’Italia, ultima in Europa sia per tasso di fecondità (una media di 1,32 figli per donna) che per rapporto tra giovani e anziani, con soltanto 100 “under 15” per 168,9 individui con più di 65 anni. Affrontare il tema accorciando l’età lavorativa in modo generalizzato, dunque, è sbagliato non solo dal punto di vista dei conti pubblici, ma anche rispetto al cambiamento demografico in atto. Fortunatamente si vive mediamente sempre più a lungo, ma alla maggiore “quantità” di vita per ora non corrisponde nella stessa misura una maggiore “qualità” dell’invecchiamento. E tra gli ingredienti della qualità, c’è anche l’allungamento del periodo di vita “attiva”, specie per quei lavori non usuranti dove l’esperienza è un grande valore aggiunto. Tanto è vero che da più parti, a cominciare dalla Commissione Ue, si chiedono politiche di “active ageing”. E se nel mondo gli over 65 raddoppieranno entro il 2050, passando dall’8,3% al 15,8% della popolazione planetaria, in Italia stiamo messi pure peggio. Infatti, nel 2050 ci saranno solo 1,5 lavoratori per pensionato contro gli attuali tre (non a caso l’aliquota contributiva è intorno al 33%),

Insomma, la strategia pensionistica deve essere di ampio respiro, disegnata su un orizzonte temporale di lungo periodo, e non può assoggettarsi a riforme e controriforme fatte esclusivamente per guadagnare consenso elettorale. L’esperimento “quota 100” è fallito. Ora cambiamo strada. (twitter @ecisnetto)

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